Con Paolo Lanzarotti sul futuro della produzione della birra in Repubblica Ceca

11.09.2017
Con Paolo Lanzarotti sul futuro della produzione della birra in Repubblica Ceca

«Per andare d’accordo con i cechi, bisogna amare la buona birra» dice Paolo Lanzarotti, direttore generale di Asahi Breweries Europe Ltd. (ABEL), di cui fa parte da aprile di quest’anno, assieme ad altri birrifici del centro ed est Europa, anche la società Plzeňský Prazdroj, il principale produttore di birra ceco. Con Paolo Lanzarotti abbiamo parlato del futuro della birra ceca sul mercato domestico e all’estero.

Direttore Lanzarotti, quale ruolo hanno i marchi cechi nella visione strategica del gruppo Asahi?

«Tutte le società del gruppo ABEL sono, nei loro rispettivi Paesi, leader nella produzione della birra, nella diffusione della cultura birraria e nel rispetto della tradizione di questa bevanda. La nostra società detiene marchi favolosi, che hanno migliaia di sostenitori. Per quanto riguarda la nostra strategia, ci concentreremo sui marchi premium. Sappiamo che in molti Paesi il consumo della birra è ormai all’apice, quindi non ci sarà un aumento nel consumo di questa bevanda. Noi vogliamo che si beva birra migliore, con più marchi premium, dato che questi ultimi hanno un grosso potenziale anche per le esportazioni».

Cercherete quindi di rafforzare l’export della birra ceca?
«Già oggi le birre ceche vengono considerate le migliori al mondo. Certi marchi, quali Pilsner Urquell o Velkopopovicky Kozel, sono presenti in cinquanta Paesi nel mondo. Noi vogliamo rafforzare ulteriormente la posizione dei nostri marchi di successo sul mercato. Sappiamo di avere degli ottimi prodotti nella fascia alta del mercato e sarebbe un peccato non sfruttare il loro potenziale. Ci vogliamo concentrare sui mercati asiatici, cercando in essi nuove opportunità».

I birrifici cechi stanno cercando di esportare maggiormente la birra in fusti e aprire ristoranti monomarca. Questa strategia è promettente?
«La birra in fusti è l'esperienza totale che può arrivare al consumatore finale. Vogliamo che i nostri clienti all’estero possano assaggiare birra della stessa qualità di quella che bevono i consumatori cechi. Stiamo lavorando intensamente sui miglioramenti nei processi di distribuzione e nelle tecnologie, per portare ai clienti all’estero la birra in fusti e i nostri negozi di marca. Già l’anno scorso il 10% della birra Pilsner Urquell è stata esportata in fusti. Attualmente, abbiamo nel mondo una cinquantina di ristoranti con fusti di birra ed entro la fine del 2017 potrebbero arrivarne altri trenta. Ad esempio, in Gran Bretagna ci sono almeno dieci locali con la nostra birra in fusti e i consumi sono triplicati. Vogliamo che i clienti si godano la birra di miglior qualità in spazi piacevoli sia rimanendo in Repubblica Ceca sia nei Paesi dove esportiamo i nostri prodotti».

Tuttavia in Repubblica Ceca negli ultimi anni è calato il consumo nei locali e è cresciuta la vendita nei supermarket. Come valuta questo trend?
«Circa il 40% del consumo di birra in Repubblica Ceca avviene nei locali. E’ una percentuale unica al mondo, che dimostra la forza della cultura birraria del Paese. Le vendite della birra nei negozi sono cresciute a causa delle precedenti difficoltà economiche, delle ricadute della crisi e dei cambiamenti nelle imposte. In parte questo trend è conseguenza anche del cambiamento dello stile di vita dei consumatori. Infine, nell’ultimo periodo, il mercato ceco ha dovuto affrontare alcuni cambiamenti, quali il divieto di fumo o il Registro Elettronico degli Incassi, che hanno lasciato il loro segno».

Come state reagendo a questi trend?
«Vogliamo fornire ai consumatori un’esperienza unica tramite alcune novità nella nostra offerta: la freschezza della birra in fusti e il programma di birra a edizione limitata Volba sladku. Vogliamo dimostrare ai consumatori che il consumo nei locali è un’esperienza del tutto diversa dal consumo domestico, da bottiglia o da lattina. Cerchiamo di migliorare la qualità della birra nei locali tramite la formazione del personale e il miglioramento della cura dei locali. Ogni anno controlliamo i locali che riforniamo di birra, e conferiamo certificati di qualità a coloro che lo meritano. Inoltre, nell’ambito del nostro concorso Pilsner Urquell Master Bartender, i baristi di tutto il Paese possono confrontarsi nell’arte di spillare la birra».

Nel 2015 avete condotto la campagna pubblicitaria sotto mentite spoglie del microbirrificio Patron. In realtà la birra del presunto microbirrificio proveniva da uno dei vostri grossi marchi. Come considerate i piccoli birrifici?
«Negli ultimi anni il mercato della birra è diventato molto dinamico, e questo è positivo. E’ un bene che i consumatori considerino sempre di più la birra come una bevanda di stile da consumare in ogni occasione. Il nostro obiettivo è di supportare la cultura birraria e fornire al consumatore un prodotto di qualità. La campagna Patron riguardava soprattutto la percezione della qualità della birra. Il birrificio era falso, ma la birra era vera. Abbiamo voluto spingere i consumatori a valutare la propria scelta e il gusto della birra in base al sapore del prodotto e non della grandezza del birrificio».

L’Italia non ha legami così profondi con la produzione della birra. In che modo è approdato in questo settore?
«Può non essere così manifesto, e d’altronde io stesso non riuscirei a rinnegare le mie origini italiane, ma sono nato e ho studiato in Gran Bretagna, dove la conoscenza della birra è a un livello abbastanza alto. Sebbene oggi dedichi ogni mia energia alla birra, ho alle spalle diciotto anni di esperienza nel settore del gas e del petrolio. La birra è un prodotto fantastico e io sono molto felice di poter condurre un’azienda che è leader del mercato in Paesi nei quali la birra è una bevanda molto popolare».

Fonte: Camic

Fonte fotografia: Asahi Breweries Europe Ltd.

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